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venerdì, 04 gennaio 2008

Categoria : amore, vita, diario, pagine di diario, prosa




Se avessi un libro ti dedicherei una poesia. Che strano: sono immersa tra i libri di una biblioteca, ma non c’è un libro che davvero ora mi interessi. Libri di storia, di latino, di greco, manuali vari… Io vorrei un libro di poesie. Sai, quelle che dovrebbero essere dedicate alla persona cui vuoi bene.
Come stai oggi? Io come sempre. Se dovessi spiegare come mi sento, mi rendo conto che non avrei delle parole corrette per farlo. Vengono fuori cumuli di idee, ma nulla di serio, nulla di preciso. Forse è un periodo. Forse passerà. Forse mi manchi tu, semplicemente.
Hai visto? C’è il sole oggi. Almeno ho qualcosa per sorridere. Non è poco davvero. Non pensare mai sia poco avere il sole sul capo e un cielo azzurro che ti cinge. Tante cose vanno per conto loro nella vita. Tante cose non vanno come vorremmo. Altre invece non le vorremmo affatto e sono lì. Spesso capita di avere ciò che non si vuole e di non avere ciò che si vuole. E’ una strana legge dell’assurdo, è vero. Alcuni la chiamano destino, altri sfiga, altri volere di Dio. Io l’ho chiamata ‘volere di Dio’ e questo mi ha un po’ rincuorato. Sapere che un Essere sovrumano, un Essere perfetto e onnisciente, sa cosa è meglio per me, questo mi tranquillizza. Forse è una rassegnazione un po’ stupita allo scorrere degli eventi, ma per lo meno non mi toglie la speranza. Senza speranza non siamo nulla, noi uomini. Senza sogni non siamo nulla. Restiamo quel grumo di fango che ci ha plasmati e null’altro, mentre non possiamo smettere di aspirare alla pace e alla felicità. Questa la nostra speranza. Mi son ricordata di S. Agostino. A qualcosa servirà questa biblioteca, no?! Diceva: «Tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ecco, Tu eri dentro di me, io stavo al di fuori: e qui ti cercavo, e deforme quale ero, mi buttavo su queste cose belle che Tu hai creato. Tu eri con me, ed io non ero con Te, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in Te. Mi chiamasti, gridasti, e vincesti la mia sordità; folgorasti il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità; esalasti il tuo profumo, lo aspirai ed anelo a Te: ti degustai, ed ora ho fame e sete; mi toccasti ed ora brucio di desiderio per la Tua pace» (cap. XXVII, libro X).
E’ qualcosa che non devo dimenticare. Non dimenticarla neppure tu. Essere felici significa amare. Ma Dio è il sommo Amore. Null’altro. Nessun altro. Da questa consapevolezza soltanto viene la pace e la felicità. Per questo non smetterò mai di sperare e di crederci.
Ti auguro una buona giornata, amico mio, e ti dono il mio sorriso migliore. Quando c’è il sole è sempre più grande il mio sorriso! Ma in fondo ciò che conta è avere la luce dentro, allora il sole ci sarà sempre e il nostro sorriso sarà sempre più grande. E forse ci renderà migliori di quelli che oggi siamo.

 




Postato da maril1978 il 14:55
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mercoledì, 23 maggio 2007

Categoria : prosa, romanzi a puntate




Presi una casa più piccola: un appartamento in una palazzina del centro, in prossimità del corso. Il pomeriggio andavo via per vedere il fiume. Mi mettevo sul ponte e lo guardavo. Spesso andavo alla piazzetta: mi sedevo su una panchina tra due grandi betulle e restavo lì ad aspettare e una volta ho persino assistito alla pesca di una trota gigante. Quando andava peggio, mi distoglieva un foglio bianco di carta che, a barchetta, seguiva la corrente e dopo poco affondava. Dovevi tenerti alto il bavero della giacca: faceva sempre freddo. Un freddo pungente, penetrante ma dolce.
Era diverso lì. Era un’altra vita. Pareva un altro mondo. Soprattutto non c’erano le regole. Non c’erano i pregiudizi. Ognuno andava dove credeva. Mi ricordo di un uomo. Aveva una cartoleria con un internet point: ci andavo ogni tanto per connettermi e scambiavo due chiacchiere con lui. Mi raccontava la sua storia. Non ho mai capito perché, ma ogni sconosciuto che incontro finisce sempre per raccontarmi la sua vita. Lui conviveva da anni con una donna del suo paese, aveva anche una bambina di un anno, ma aveva deciso di mollare tutto. Non andava più come una volta - diceva. Ricordo che gli ho fatto una ramanzina! Io con le mie idee meridionali e conservatrici! Volevo fare la paladina della giustizia femminile ferita… Mah! Me ne son tornata e non ho concluso un granché. Altro che eroina! La verità è che io capivo le loro idee e mi piacevano: non lo nego. Le mie (o piuttosto quelle che mi hanno rifilato) le sentivo superate e antiquate. Eppure me ne sono tornata.

Alla fine la notte è uguale ovunque. In nessun luogo è diversa. Sei tu e c’è lei. Lei è nera e tu non hai una luce per illuminarla per davvero. Finché c’è il sole alto nel cielo puoi andare, credere che non verrà la sera. Poi, piano piano, ti accorgi che le ultime scie di luce scolorano all’orizzonte e un vento più freddo si insinua. E’ ora di tornare – questo ti dici. Ma non hai voglia di chiuderti dietro quattro mura di cemento a contare i punti neri sul soffitto. Eppure ci sono tornata. Ci torno tutte le sere, semplicemente perché non ho il coraggio di un tetto di stelle.
Ma tu, tu dove sei ora? Ti ho cercato a lungo negli occhi degli uomini che ho incontrato ma tu scappi sempre. Ti diverti così tanto ad andare lontano? In tutti i miei sogni, da allora, ti ho inseguito. Te ne ricordi? Abbiamo ballato, cantato, corso. Abbiamo guardato le stelle, chiesto domande alla luna. Abbiamo parlato con il mare, con i monti, con gli alberi… Quanti sogni!
Ricordo ancora quella notte. La luna rischiarava il cielo e il tuo balcone era un giardino di luci e profumi. Mi chiedesti cosa stessi facendo fuori a quell’ora del mattino e mi convincesti ad entrare perché avrei potuto ammalarmi. Io ero fuori a parlare con la luna. «Le recito una poesia» – ti dissi. Già, era la poesia di un poeta morto. La poesia di un poeta che amo e che ha saputo descrivere così meravigliosamente il mondo da fartene innamorare a prima vista.
Non dimenticherò mai l’odore di quel mattino, il fresco pungente di quel mattino e quella città mi resterà dentro per sempre. E' una cosa che non potrà capire mai nessuno. Nessuno potrà mai capire quanto io ami quella città. Quanto ami le sue luci gialle e la sera quando per strada non c’è anima che cammina e tu ascolti il silenzio delle case addormentate e su di te c’è il cielo. Quel cielo che le luci schiariscono eppure dal tuo balcone si vede ancora nero e, a volte, puoi scorgervi anche le stelle se la luna te lo consente.
Un pezzo di cielo in una città: il tuo cielo dal tuo balcone. Avevi ragione, sai?! L’amore ti solleva dalla terra al cielo. Ti mette le ali per volare alto e a volte è capace anche di bruciartele quelle ali!

(Continua)

© Marilena Abbatepaolo




Postato da maril1978 il 21:26
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sabato, 31 marzo 2007

Categoria : prosa, romanzi a puntate




La casa che più mi piaceva era un po’ in periferia, ma seguiva il corso del fiume. Si trovava dietro un’ansa a gomito, immersa nel verde di una collina. Una villetta con giardino, non molto grande, ma giusta per me. Il cancello era in comune con un’altra famiglia, ma la villetta sarebbe stata tutta mia. Un salotto con grande caminetto, perché amo restare la sera a fissare le scintille del fuoco che salgono verso l'alto. Un angolo cottura all’americana, in fondo faccio sempre colazione al bar e non solo per il cornetto, ma anche per scambiare due chiacchiere con il mio vicino. Va bene, ammetto che poi, alla fine, si tratta sempre di un uomo, ma mi piacciono quelle chiacchiere mattutine.
Poi, una camera con letto matrimoniale e bagno. Sì, era perfetta. Era proprio ciò che desideravo. Da sempre. Anche il letto. Perché dormire in un lettuccio piccino anche se si è soli? È qualcosa che non ho mai capito e non capirò mai. Mi sarei risvegliata col profumo della lavanda in un letto tutto per me. Avrei avuto gli amori della mia vita sul comodino: un po' di Leopardi, l'amato D'Annunzio, e poi Sbarbaro, Montale, la mia cara Dickinson e l'impertinente Austen e con loro, immancabili, le sorelle Bronte. Sì, pure Prevert, ma rigorosamente in francese: chè un'altra cosa! Poi Hikmet ed Hesse a farmi compagnia.
Avrei avuto anche io le mie foglie di betulla e le avrei raccolte in quelle grandi buste verdi che poi l'operatore avrebbe ritirato ogni mercoledì, al mattino quando ancora il cielo non sapeva dell'alba. Un rito sacro, quello del mercoledì! Sentivi il borbottare di un automezzo nel silenzio della strada, ti stropicciavi gli occhi per guardare verso la finestra chiusa e ciò che vedevi nel buio era una piccola scia fumosa. "Bene, anche oggi, la nebbia!" - era presto per alzarsi. Ti rigiravi nel letto e ricominciavi a tessere i tuoi sogni.
Sarebbe stato così, certo, ma solo se le cose fossero andate diversamente. Voglio dire: se fosse dipeso da me, avrei preso quella villetta. Al diavolo la spesa e il costo! Sottrazioni e addizioni che ti riducono la vita ad un calcolo e hanno solo la capacità di complicartela!
Ma, come al solito, non ho scelto io. Dovrei dire che scelgo mai qualcosa? Ebbene, non scelgo mai io! Non ho mai scelto per davvero. Le cose me le ritrovo davanti, sotto i piedi, magari ci vado a cadere sopra, ci inciampo e, allora, le raccolgo e sono quelle che poi mi toccano, quelle con cui divido la vita.
La verità?! E' che non so scegliere per davvero perché mi faccio troppe domande. Così resto a guardare che gli altri lo facciano al posto mio.

(CONTINUA)

© Marilena Abbatepaolo




Postato da maril1978 il 17:13
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domenica, 11 marzo 2007

Categoria : prosa, romanzi a puntate




Vorrei proporvi questo racconto oggi. E’ un po’ lungo, così lo scriverò a puntate. E’ una storia vera. Voglio dedicarla ai miei amici di Rovigo e a quella terra che mi rimarrà nel cuore per sempre.

Ho gli occhi stanchi. Stanchi di guardare. E le labbra, anche loro. Stanche di cercare parole. Ma soprattutto stanche di cercare… altri occhi. Quelli che tu soltanto conosci. Ci sono poi da qualche parte? Me lo chiedo ogni giorno quando mi sveglio, quando cammino senza mèta o semplicemente quando torno a casa. Come stai? Questa domanda mi martella dentro, eppure non è davvero una domanda. E’ un’esclamazione. Chissà, come stai tu! Io come sempre, con questa smania di capire dietro la quale nascondo la mia mancanza di coraggio. Se ne avessi, non starei qui, ma lontana mille miglia da questo posto. Forse me ne starei a guardare il fiume che placido scorre sotto i tuoi occhi e ha quell’acqua di un verde intenso. Non lo vedi il fondo, eppure c’è. L’unica cosa che distingui è quel verde ferruginoso, pesante, immobile. Lo guardi e sembra quasi voglia spingerti in basso, ma poi un soffio di vento ed ecco un’increspatura leggera, quasi impercettibile. E il verde si fa più chiaro, la canna ondeggia e con la punta sfiora l’acqua in un bacio. Si forma un piccolo cerchio concentrico, un altro più largo a racchiuderlo, un altro…Eccole, le betulle! Scrosciano mille suoni di foglie. Quanto mi piacciono le betulle con il loro tronco quasi bianco! Poi veniva l’autunno e bisognava rastrellare le loro larghe foglie e metterle in grandi buste verdi. Ogni mattina ne ammucchiavi a migliaia. Non finivano mai. C’era sempre qualcuno che aveva un giardino dove ammucchiava foglie e grandi buste verdi. Non io. Io non avevo un giardino. Non dovevo ammucchiare le foglie nè buste. Non mi restava che guardarle. Sì, guardavo le foglie mentre scivolavano mute al suolo, dopo aver compiuto la loro ultima piroetta. Mi mancava avere un giardino: ne avrei voluto possedere uno anche io. Anche io avrei voluto ammucchiare foglie secche in grandi buste verdi.

(CONTINUA)

© Marilena Abbatepaolo




Postato da maril1978 il 20:06
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lunedì, 19 febbraio 2007

Categoria : amore, pagine di diario, prosa, romanzi a puntate




Un frammento di noi...
Febbraio, un giorno qualunque
Nevica. Pochi fiocchi, è vero. Un leggero turbinio impercettibile d’ovatta. Nulla a che fare con la neve di Adria. Ma a quella neve mi rimanda ora la mente. Allo stupore nell’aprire la porta di casa e vedere tutto quel biancore. L’allegria dei ragazzi per un giorno di scuola perso era contagiosa. Faceva venire anche a noi una grande voglia di lanciare palle di neve. Che matti fummo! Scappammo via dalla scuola appena ci fu possibile con la scusa di poter rimanere bloccati. Sciocchezze… non sarei certo rimasta a casa proprio con quella neve! Alla fine mi misi anche a scrivere poesie. Sempre poesie. A che serve? A chi servono? Eppure non posso farne a meno. E’ come l’acqua: ti è mai capitato di non poter bere per ore? Quell’arsura in gola, quel sottile senso di dolore che ti prende la bocca dello stomaco, quel sentire la freschezza di un bicchiere sotto il palato… E’ uguale per me. Se non scrivo, giro su me stessa come una trottola senza sapere dove andare. Non ho davvero un posto dove andare, sai?! Torno a casa, la casa dei miei genitori. Tutte le sere ci torno. Dove andrei altrimenti? La mia casa… ogni tanto mi fermo ad immaginarla. Una casa, a volte vuota, a volte con un bimbetto che ci scorrazza.
Aspetteremo… il tempo ci darà le risposte. Il tempo che guarisce le ferite, che rimargina le ferite, che cancella la traccia sulla sabbia, ci darà la risposta.
Tu l’hai avuta? Forse sì. Forse no. Forse non lo saprò mai. Hai la tua casa tu? Hai un letto caldo ad accoglierti? E lenzuola che sanno di fresco? E il profumo di una donna per le stanze? Avrai anche tu una ferita da far cicatrizzare? O una ferita già cicatrizzata? Forse sì. Forse no. Forse non lo saprò mai. Dove sei ora. Cosa pensi mentre guardi il soffitto della tua stanza o il sole che tramonta. Cosa cattura il tuo sguardo mentre cammini per strada o sei fermo alla fermata di un pullman. Non lo saprò mai. Neppure cosa sogni. Se sogni. O se hai smesso da tempo. A volte capita di smettere di sognare. E non si dovrebbe, sai. Senza sogni noi uomini valiamo poco. Può sembrare stupido, ma è così: un sogno ci dà il coraggio d’andare avanti per realizzarlo. Non si sogna solo per sognare. Si sogna per costruire quel sogno. Per dargli vita. Spero che qualche tuo sogno abbia ora la sua esistenza. Spero che qualche altro la abbia domani. Vicino o lontano che sia. Pregherò per i tuoi sogni come per il tuo riso. I miei sono qui. Li ho raccolti in un cesto come frutti rossi. Li guardo, li riguardo. A volte ne prendo uno per sentirne l’odore. Sentire quale è più maturo e capire se dargli importanza ora o piuttosto aspettare la bella stagione. Chissà! Forse l’estate ci porterà altri sogni ancora. Migliori di quelli di oggi. Chissà!
Ecco, dal finestrino, il mare corre. E’ in tempesta. Grigio e bianco di spuma. A te piace il mare? Non lo so. Forse sì. Forse no. Forse non lo saprò mai.
Io non potrei vivere senza il mare. Senza il sale che ti brucia la pelle, senza la sua onda che sbatte e ribatte cullandoti dolcemente o gridandoti in faccia il sospiro del tuo cuore ogniqualvolta lo metti a tacere. No, non potrei. Sarebbe come togliermi la Poesia. Come togliermi la Musica delle cose. Ma ognuno ha la sua Musica, la sua Poesia. Ognuno appartiene al suo spazio, al suo tempo. Così preciso. Così definito. Tu hai avuto il tuo. Avrai il tuo. Così io, il mio. Nessuno è migliore dell’altro. Valgono per noi, per quello che noi siamo: il tuo spazio e il tuo tempo per te, il mio spazio e il mio tempo per me. Sono giusti e belli entrambi perché tutto ciò che ci circonda ha una sua voce e una Musica sottile, quasi inafferrabile alle orecchie. In fondo ho imparato che ciò che possiamo sentire davvero non lo sentiamo con le orecchie. Spesso chi ci sta attorno ha paura e allora fugge via perché è più comodo evitare un confronto. Quando ti additano perché sei diverso, non è odio, è solo paura. La loro, per quello che non conoscono. Sei tu a dover andare da loro: se sei diverso, sei tu a doverlo fare. Questo non significa che devi imitarli, no. Devi avvicinarli così come tu sei ora. Un tempo forse anche tu, come me, eri simile a loro. Forse anche tu, come me, oggi conosci i due lati della medaglia. Non c’è errore in questo. Non c’è peccato né colpa. Ognuno ha il suo spazio e il suo tempo. Bisogna soltanto viverli.
Sorridi ora, sorridi domani. Qualunque cosa sia, sorridi, non scordarlo. E così oggi anche la vita ti sorriderà. E domani di nuovo ti sorriderà e sarà il sole. Sempre.
Marilena



Postato da maril1978 il 19:15
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lunedì, 12 febbraio 2007

Categoria : amore, prosa




Siamo vicini a San Valentino... Giorno importante per alcuni, per altri forse tedioso. Tornavo a casa da lavoro poco fa. Ho alzato gli occhi al cielo scuro per cercare Orione, la mia costellazione preferita. La guardo sempre per raccontarle una storia, una storia d'amore che poi, arrivata a casa, distribuisco su mille pagine bianche. Ma oggi era diverso. Mi è venuta in mente un'aria che ho ascoltato tempo fa a teatro. Ah! L'amour, l'amour!!!!

E' vero, sì. "L'amore è un uccello ribelle che nessuno può addomesticare, invano lo si chiama, se gli va di rifiutare. Nulla serve, minaccia o preghiera, l'uno parla bene, l'altro tace, ed è l'altro ch'io preferisco. Nulla ha detto, ma mi piace. L'amore è uno zingaro, mai ha conosciuto legge: se tu non m'ami, io t'amo, se io t'amo, attento a te!... L'amore è lontano, puoi attenderlo; non l'attendi più ed eccolo! Intorno a te, presto presto, viene, se ne va, poi torna. Credi tenerlo, ti evita; vuoi evitarlo, ti prende!" (Carmen, Bizet)

Che ne dite voi?

Marilena




Postato da maril1978 il 18:45
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