

Presi una casa più piccola: un appartamento in una palazzina del centro, in prossimità del corso. Il pomeriggio andavo via per vedere il fiume. Mi mettevo sul ponte e lo guardavo. Spesso andavo alla piazzetta: mi sedevo su una panchina tra due grandi betulle e restavo lì ad aspettare e una volta ho persino assistito alla pesca di una trota gigante. Quando andava peggio, mi distoglieva un foglio bianco di carta che, a barchetta, seguiva la corrente e dopo poco affondava. Dovevi tenerti alto il bavero della giacca: faceva sempre freddo. Un freddo pungente, penetrante ma dolce.
Era diverso lì. Era un’altra vita. Pareva un altro mondo. Soprattutto non c’erano le regole. Non c’erano i pregiudizi. Ognuno andava dove credeva. Mi ricordo di un uomo. Aveva una cartoleria con un internet point: ci andavo ogni tanto per connettermi e scambiavo due chiacchiere con lui. Mi raccontava la sua storia. Non ho mai capito perché, ma ogni sconosciuto che incontro finisce sempre per raccontarmi la sua vita. Lui conviveva da anni con una donna del suo paese, aveva anche una bambina di un anno, ma aveva deciso di mollare tutto. Non andava più come una volta - diceva. Ricordo che gli ho fatto una ramanzina! Io con le mie idee meridionali e conservatrici! Volevo fare la paladina della giustizia femminile ferita… Mah! Me ne son tornata e non ho concluso un granché. Altro che eroina! La verità è che io capivo le loro idee e mi piacevano: non lo nego. Le mie (o piuttosto quelle che mi hanno rifilato) le sentivo superate e antiquate. Eppure me ne sono tornata.
Alla fine la notte è uguale ovunque. In nessun luogo è diversa. Sei tu e c’è lei. Lei è nera e tu non hai una luce per illuminarla per davvero. Finché c’è il sole alto nel cielo puoi andare, credere che non verrà la sera. Poi, piano piano, ti accorgi che le ultime scie di luce scolorano all’orizzonte e un vento più freddo si insinua. E’ ora di tornare – questo ti dici. Ma non hai voglia di chiuderti dietro quattro mura di cemento a contare i punti neri sul soffitto. Eppure ci sono tornata. Ci torno tutte le sere, semplicemente perché non ho il coraggio di un tetto di stelle.
Ma tu, tu dove sei ora? Ti ho cercato a lungo negli occhi degli uomini che ho incontrato ma tu scappi sempre. Ti diverti così tanto ad andare lontano? In tutti i miei sogni, da allora, ti ho inseguito. Te ne ricordi? Abbiamo ballato, cantato, corso. Abbiamo guardato le stelle, chiesto domande alla luna. Abbiamo parlato con il mare, con i monti, con gli alberi… Quanti sogni!
Ricordo ancora quella notte. La luna rischiarava il cielo e il tuo balcone era un giardino di luci e profumi. Mi chiedesti cosa stessi facendo fuori a quell’ora del mattino e mi convincesti ad entrare perché avrei potuto ammalarmi. Io ero fuori a parlare con la luna. «Le recito una poesia» – ti dissi. Già, era la poesia di un poeta morto. La poesia di un poeta che amo e che ha saputo descrivere così meravigliosamente il mondo da fartene innamorare a prima vista.
Non dimenticherò mai l’odore di quel mattino, il fresco pungente di quel mattino e quella città mi resterà dentro per sempre. E' una cosa che non potrà capire mai nessuno. Nessuno potrà mai capire quanto io ami quella città. Quanto ami le sue luci gialle e la sera quando per strada non c’è anima che cammina e tu ascolti il silenzio delle case addormentate e su di te c’è il cielo. Quel cielo che le luci schiariscono eppure dal tuo balcone si vede ancora nero e, a volte, puoi scorgervi anche le stelle se la luna te lo consente.
Un pezzo di cielo in una città: il tuo cielo dal tuo balcone. Avevi ragione, sai?! L’amore ti solleva dalla terra al cielo. Ti mette le ali per volare alto e a volte è capace anche di bruciartele quelle ali!
(Continua)
© Marilena Abbatepaolo

La casa che più mi piaceva era un po’ in periferia, ma seguiva il corso del fiume. Si trovava dietro un’ansa a gomito, immersa nel verde di una collina. Una villetta con giardino, non molto grande, ma giusta per me. Il cancello era in comune con un’altra famiglia, ma la villetta sarebbe stata tutta mia. Un salotto con grande caminetto, perché amo restare la sera a fissare le scintille del fuoco che salgono verso l'alto. Un angolo cottura all’americana, in fondo faccio sempre colazione al bar e non solo per il cornetto, ma anche per scambiare due chiacchiere con il mio vicino. Va bene, ammetto che poi, alla fine, si tratta sempre di un uomo, ma mi piacciono quelle chiacchiere mattutine.
Poi, una camera con letto matrimoniale e bagno. Sì, era perfetta. Era proprio ciò che desideravo. Da sempre. Anche il letto. Perché dormire in un lettuccio piccino anche se si è soli? È qualcosa che non ho mai capito e non capirò mai. Mi sarei risvegliata col profumo della lavanda in un letto tutto per me. Avrei avuto gli amori della mia vita sul comodino: un po' di Leopardi, l'amato D'Annunzio, e poi Sbarbaro, Montale, la mia cara Dickinson e l'impertinente Austen e con loro, immancabili, le sorelle Bronte. Sì, pure Prevert, ma rigorosamente in francese: chè un'altra cosa! Poi Hikmet ed Hesse a farmi compagnia.
Avrei avuto anche io le mie foglie di betulla e le avrei raccolte in quelle grandi buste verdi che poi l'operatore avrebbe ritirato ogni mercoledì, al mattino quando ancora il cielo non sapeva dell'alba. Un rito sacro, quello del mercoledì! Sentivi il borbottare di un automezzo nel silenzio della strada, ti stropicciavi gli occhi per guardare verso la finestra chiusa e ciò che vedevi nel buio era una piccola scia fumosa. "Bene, anche oggi, la nebbia!" - era presto per alzarsi. Ti rigiravi nel letto e ricominciavi a tessere i tuoi sogni.
Sarebbe stato così, certo, ma solo se le cose fossero andate diversamente. Voglio dire: se fosse dipeso da me, avrei preso quella villetta. Al diavolo la spesa e il costo! Sottrazioni e addizioni che ti riducono la vita ad un calcolo e hanno solo la capacità di complicartela!
Ma, come al solito, non ho scelto io. Dovrei dire che scelgo mai qualcosa? Ebbene, non scelgo mai io! Non ho mai scelto per davvero. Le cose me le ritrovo davanti, sotto i piedi, magari ci vado a cadere sopra, ci inciampo e, allora, le raccolgo e sono quelle che poi mi toccano, quelle con cui divido la vita.
La verità?! E' che non so scegliere per davvero perché mi faccio troppe domande. Così resto a guardare che gli altri lo facciano al posto mio.
(CONTINUA)
© Marilena Abbatepaolo
Vorrei proporvi questo racconto oggi. E’ un po’ lungo, così lo scriverò a puntate. E’ una storia vera. Voglio dedicarla ai miei amici di Rovigo e a quella terra che mi rimarrà nel cuore per sempre.

Ho gli occhi stanchi. Stanchi di guardare. E le labbra, anche loro. Stanche di cercare parole. Ma soprattutto stanche di cercare… altri occhi. Quelli che tu soltanto conosci. Ci sono poi da qualche parte? Me lo chiedo ogni giorno quando mi sveglio, quando cammino senza mèta o semplicemente quando torno a casa. Come stai? Questa domanda mi martella dentro, eppure non è davvero una domanda. E’ un’esclamazione. Chissà, come stai tu! Io come sempre, con questa smania di capire dietro la quale nascondo la mia mancanza di coraggio. Se ne avessi, non starei qui, ma lontana mille miglia da questo posto. Forse me ne starei a guardare il fiume che placido scorre sotto i tuoi occhi e ha quell’acqua di un verde intenso. Non lo vedi il fondo, eppure c’è. L’unica cosa che distingui è quel verde ferruginoso, pesante, immobile. Lo guardi e sembra quasi voglia spingerti in basso, ma poi un soffio di vento ed ecco un’increspatura leggera, quasi impercettibile. E il verde si fa più chiaro, la canna ondeggia e con la punta sfiora l’acqua in un bacio. Si forma un piccolo cerchio concentrico, un altro più largo a racchiuderlo, un altro…Eccole, le betulle! Scrosciano mille suoni di foglie. Quanto mi piacciono le betulle con il loro tronco quasi bianco! Poi veniva l’autunno e bisognava rastrellare le loro larghe foglie e metterle in grandi buste verdi. Ogni mattina ne ammucchiavi a migliaia. Non finivano mai. C’era sempre qualcuno che aveva un giardino dove ammucchiava foglie e grandi buste verdi. Non io. Io non avevo un giardino. Non dovevo ammucchiare le foglie nè buste. Non mi restava che guardarle. Sì, guardavo le foglie mentre scivolavano mute al suolo, dopo aver compiuto la loro ultima piroetta. Mi mancava avere un giardino: ne avrei voluto possedere uno anche io. Anche io avrei voluto ammucchiare foglie secche in grandi buste verdi.
(CONTINUA)
© Marilena Abbatepaolo

Siamo vicini a San Valentino... Giorno importante per alcuni, per altri forse tedioso. Tornavo a casa da lavoro poco fa. Ho alzato gli occhi al cielo scuro per cercare Orione, la mia costellazione preferita. La guardo sempre per raccontarle una storia, una storia d'amore che poi, arrivata a casa, distribuisco su mille pagine bianche. Ma oggi era diverso. Mi è venuta in mente un'aria che ho ascoltato tempo fa a teatro. Ah! L'amour, l'amour!!!!
E' vero, sì. "L'amore è un uccello ribelle che nessuno può addomesticare, invano lo si chiama, se gli va di rifiutare. Nulla serve, minaccia o preghiera, l'uno parla bene, l'altro tace, ed è l'altro ch'io preferisco. Nulla ha detto, ma mi piace. L'amore è uno zingaro, mai ha conosciuto legge: se tu non m'ami, io t'amo, se io t'amo, attento a te!... L'amore è lontano, puoi attenderlo; non l'attendi più ed eccolo! Intorno a te, presto presto, viene, se ne va, poi torna. Credi tenerlo, ti evita; vuoi evitarlo, ti prende!" (Carmen, Bizet)
Che ne dite voi?
Marilena